ATTIVITÀ ECONOMICHE NELLA STORIA
La proto-industrializzazione a Grottammare
Sin dal '700 a Grottammare sono presenti vari opifici, tra cui un sansificio
e diversi oleifici per la lavorazione di olive, semi di lino e bacche
di lauro.
Già in quell'epoca i prodotti di tali "industrie"
vengono esportati in tutta la penisola. All'inizio del XIX secolo Grottammare
si caratterizza per la notevolissima e fiorente attività proto-industriale;
presenta infatti una grande quantità di insediamenti produttivi che
ne fanno uno dei centri industriali più precoci e fervidi di tutta la
Marca meridionale.
Nei primi anni dell'Ottocento il chimico teramano Vincenzo Comi introdusse
la lavorazione della liquirizia, attività che venne rilevata
in seguito dai soci Fenili e Mascioli che nel 1819 ottennero la privativa
per nove anni. Nel 1824 risultarono lavorate 120.000 libbre di radici
per un ammontare di 24.000 libbre di prodotto finito. Nel 1806 lo stesso
Comi avviò una fabbrica di cremore di tartaro, che diede lavoro
a 12 operai.
Il cremore di tartaro o cremor-tartaro indica il tartrato acido di
potassio che costituisce, allo stato grezzo, i grumi delle botti e i
residui in genere della vinificazione. Questo prodotto, materia prima
dell'industria tartarica, si usa prevalentemente in tintoria come mordente
e nella preparazione di lieviti artificiali e all'epoca veniva venduto
quasi esclusivamente all'estero, tramite i porti di Trieste e Livorno.
Nel 1808 anche i soci Fenili e Mascioli aprirono per loro conto un altro
opificio per la stessa lavorazione.
Sempre nell'ambito della tintoria, a Grottammare si
produceva e si esportava anche materia colorante ottenuta dalle bucce
dell'uva.
Nel 1811 l'armatore Giosafatte Ravenna ottenne autorizzazioni
e contributi governativi per l'apertura di una fabbrica di potassa,
ovvero di carbonato di potassio, usato come detersivo e nella fabbricazione
di saponi. Questo prodotto, che un tempo si otteneva facendo bollire
delle ceneri di vegetali in vasi metallici, era una sostanza necessaria
alla produzione di fuochi d'artificio e fiammiferi. 
Negli stessi anni Luigi Ricciotti aprì una fabbrica
di fiammiferi con 66 operai che produceva 1.000 pacchi da 50 scatole
al giorno. Egli fu ben presto imitato dai fratelli Citeroni che attivarono,
verso la fine del secolo, un'altra fabbrica di fiammiferi, impiegando
un gran numero di operai. Sembra che la quantità di fiammiferi prodotta
dalle industrie grottesi riuscisse a coprire il fabbisogno delle Marche
e dell'Abruzzo.
Dal 1825 è in funzione, favorita dalla situazione
politica momentaneamente stabile, una raffineria di zucchero
gestita da una società anonima, presieduta dal conte fermano Francesco
Paccaroni. Il 23 luglio 1825 infatti, con la "Concessio iuris privativi
expurgandi saccarum avore comitis Francisci Paccaroni in universa Pontificia
ditione", Leone XII diede avvio alla creazione della raffineria
degli zuccheri a Grottammare, unico stabilimento del genere in tutto
lo Stato della Chiesa. Lo zuccherificio, che impiegò fino a 131 dipendenti,
era dotato della più moderna attrezzatura del tempo, compresa una macchina
a vapore importata dalla Francia. La materia prima trattata, costituita
da farine grezze da canna da zucchero, era importata dall'estero, ma
fu anche tentata l'estrazione dello zucchero dalle barbabietole, tanto
che il conte Paccaroni promosse, seppur in fase sperimentale, la coltivazione
delle barbabietole nel territorio fermano.
Dopo un avvio soddisfacente però, la raffineria degli zuccheri attraversò
dei momenti difficili: nel 1849 vennero soppresse la privativa ed altre
facilitazioni di cui aveva goduto dagli inizi; nel 1855 i soci decisero
di sospendere l'attività, che venne ripresa nel 1858 per essere definitivamente
interrotta poco dopo.
Nel 1865 lo stesso stabilimento fu rilevato da un
tal Carlo Ribighini di Ancona che lo trasformò impiantandovi una raffineria
di petrolio che ebbe, però, vita breve perché inquinante ed estremamente
dannosa per l'ambiente. Chiuse definitivamente nel 1868. 
Altro impianto industriale presente a Grottammare fu una filanda
della seta, fondata nel 1831 dalla famiglia Fenili. Offrì lavoro
a circa 200 operai e ad una gran parte della popolazione del paese con
l'allevamento dei bachi da seta, praticato sia in città che nelle campagne.
Produceva oltre 4.000 kg di seta all'anno, esportandola anche in Francia.
Passata in proprietà al conte Francesco Langosco di Milano, fu attiva
fino al 1905.
Gli stabilimenti fin qui citati esportavano i loro prodotti nel resto
d'Italia e spesso in Europa, tanto che alcuni Paesi europei come l'Austria,
la Francia, la Svezia e la Norvegia aprirono uffici consolari per garantirsi
la disponibilità di questi prodotti, largamente richiesti sui mercati
dell'epoca.
Ma nel territorio comunale di Grottammare erano presenti anche alcune
attività industriali di più modeste dimensioni che lavoravano per i
consumi del paese e per una piccola esportazione nei paesi vicini: si
avevano dunque 7 fabbriche di pasta alimentare, 9 fabbriche di
botti d'abete e di larice, famose lungo tutto il litorale
marchigiano, 3 fabbriche di acque gassate, alcune fabbriche
di gesso, 1 di calzature, 1 di lana filata, 1 di seta,
1 di grappa, 1 di enocianina (sostanza colorante contenuta
nell'uva nera e usata per colorare bevande e confetture), 2 di mobili,
1 di carte da gioco, che durò pochi anni, e altre per la lavorazione
di prodotti tipici del luogo, come l'olio di lauro (olio medicinale
preparato mediante infusione di foglie di alloro) e la caratteristica
e rinomata acqua di cacchio (fiori d'arancio).
Da ricordare è anche la produzione del laterizio
a livello industriale che inizia a Grottammare nel 1908 con la realizzazione
del primo complesso industriale da parte della società Perozzi Palmaroli
e C. lungo la S.S.16. Tale insediamento fu sicuramente prescelto poiché
nella collina adiacente era presente una cava d'argilla. In origine
il tempo di funzione di questo stabilimento era esclusivamente stagionale:
da marzo ad ottobre, dal momento che la modellatura dell'argilla sopra
o dentro delle forme in legno e l'essiccazione del materiale avveniva
all'aria aperta a mezzo di cataste su un pavimento
di
sabbia.
La meccanizzazione delle fasi di lavorazione fu molto lenta ed iniziò
negli anni Cinquanta, per accelerare negli anni Settanta. L'impianto
di Grottammare percorse tutte le tappe di tale meccanizzazione, si trasformò
e aumentò la produttività, restando in funzione fino al 1985.
Oltre a queste attività proto-industriali, diffuse erano anche le attività
artigianali, che si svolgevano spesso nelle case coloniche, ad esempio
la produzione di scarpe, scope, canestri; la tessitura
di lino, canapa e lana per uso prevalentemente
familiare e l'allevamento dei bachi da seta.
Con l'avvento del XX secolo l'industria lasciò sempre più spazio all'attività
turistica che divenne preminente, le industrie conobbero un precipitoso
ed irreversibile declino e si ridussero a quelle sole piccole aziende
che producevano per il consumo del paese.