Una Comunità è fatta di quei valori, quelle regole, quelle tradizioni e quelle caratteristiche che la rendono diverse dalle altre: è fatta della sua cultura. La cultura del ciò che sappiamo si fonda sul sapere consolidato di chi ha vissuto, osservato e pensato prima di noi. Ecco il valore del detto o dei modi di dire espressi in dialetto da Mario Petrelli.

La cultura che parla a noi grottammaresi è quella che noi viviamo fra le memorie del tempo, è quella che ci è stata tramandata soprattutto da un linguaggio orale: il dialetto. Esso è soprattutto orale perché usato da una Comunità il cui analfabetismo (e lo diciamo senza vergogna) aveva valori altissimi, non è stato ostacolo al sapere ufficiale ma è stato conforme ad esso perché mediato, spiegato con parole e concetti dialettali.

Il dialetto, qualsiasi dialetto, è sintesi in quanto esprime il vissuto quotidiano con parole ponderate, musicali, visive. Una caratteristica questa che permetteva ad un analfabeta, con poche parole del vocabolario, di vivere la Comunità. Un fascino che ha contagiato anche l'uomo di cultura (nel senso che sapeva leggere e scrivere) che lo usava (e lo capiva) sicuramente nella vita quotidiana, tanto che ne sentì la necessità di pubblicare alcuni sonetti: sto parlando del grottammarese Pio Salvi.

Noi siamo fatti di tempo, di tempo e soprattutto pensieri dialettali altrui.

Chi non capisce il passato, e si esalta per il moderno, spesso tradisce anche quello che vuole difendere.

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